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C’è stato un tempo in cui saper usare Excel in modo avanzato era un vantaggio. Cambiava radicalmente l’impatto di un candidato rispetto che un altro.
Poi è diventato una competenza scontata in moltissimi lavori: se sul CV non c’era scritto Excel, quel CV non esisteva. Ancora prima succedeva con PowerPoint, con gli strumenti di collaborazione online, con le piattaforme di videoconferenza.
Ora però l’intelligenza artificiale sta cambiando le carte in tavola.
Non ricordi la formula per cercare un valore all’interno di un altro foglio? ChatGPT. Tra mezz’ora hai una riunione e la presentazione non è pronta? Gemini.
Per usare questi strumenti di AI sicuramente non serve essere esperti di tecnologia. Ma tra usarli e utilizzarli con dimestichezza, l’abisso è molto grande. Soprattutto la sfida risiede nel capire quali informazioni fornire e quanto fidarsi della risposta.
È quello che oggi chiamiamo AI literacy, letteralmente alfabetizzazione all’intelligenza artificiale, la capacità di comunicare efficacemente con un modello AI per ottenere un risultato utile, verificabile e coerente con il proprio obiettivo.
Praticamente il nuovo Sacro Graal del curriculum ideale che potrebbe mandare in pensione Excel.
La diffusione capillare dell’AI
ChatGPT è stato rilasciato al pubblico il 30 novembre 2022 come “research preview”. Cinque giorni dopo aveva già superato il milione di utenti. Da allora, l’AI generativa ha smesso rapidamente di essere una tecnologia per pochi early adopter ed è diventata uno strumento di massa: oggi ChatGPT conta oltre un miliardo di utenti attivi, ogni settimana.
Secondo i dati dell’AI Economy Institute di Microsoft, circa una persona su sei nel mondo nella seconda metà del 2025 aveva già utilizzato almeno uno strumento di AI generativa. Lo Stanford AI Index 2026 mostra inoltre la velocità con cui questa tecnologia si è diffusa: in soli tre anni, l’AI generativa ha raggiunto quasi il 53% di adozione, più rapidamente di quanto sia successo con il PC o ancora prima con internet.
La velocità di questa diffusione è resa possibile non soltanto dall’accessibilità, ma anche dalla semplicità di utilizzo. Puoi aprire una chat, scrivere una domanda e ottenere una risposta in pochi secondi. Non serve conoscere un linguaggio di programmazione, non serve sapere come funziona un modello linguistico e, in molti casi, non serve nemmeno sapere esattamente cosa stai facendo.
Ed è proprio qui che nasce un’inconguenza.
Pensaci: il nostro cervello è molto bravo a cercare scorciatoie. Imparare significa costruire automatismi che ci permettono di risparmiare energia cognitiva ogni volta che affrontiamo un compito già conosciuto, lasciando risorse disponibili per affrontare problemi nuovi.
L’AI aggiunge a questo repertorio una gran bella scorciatoia cognitiva: è potentissima, disponibile in ogni momento, quasi istantanea.
Il paradosso è che è diventata così facile da usare che capire come usarla nel modo giusto è una missione molto più complicata.
L’AI in azienda
Il problema è diventato ancora più evidente quando l’intelligenza artificiale è entrata nel mondo del lavoro senza chiedere permesso, nella stessa maniera dirompente con cui era già entrata nelle nostre vite private.
Un’indagine globale di General Assembly ha rilevato che l’82% dei professionisti HR utilizza già l’AI sul lavoro, ma una quota molto più ridotta dichiara di aver ricevuto una formazione completa e specifica per il proprio ruolo.
E anche il Joinrs Data Loop racconta qualcosa di simile.
I profili junior sono quelli che si sentono più preparati: il 70% si considera “molto” o “abbastanza” preparato a utilizzare l’AI nel proprio lavoro. Ma anche tra loro circa un giovane su quattro dichiara di aver bisogno di formazione.
Tra i senior, invece, la percentuale di chi si sente poco preparato e chiede formazione specifica sale al 41%.
Questi dati suggeriscono una situazione abbastanza evidente: l’adozione sta correndo più veloce della formazione.
Non sorprende quindi che l’Unione Europea abbia trasformato l’AI literacy in un tema normativo con l’AI Act.
L’articolo 4, dedicato proprio all’alfabetizzazione in materia di AI, è applicabile dal 2 febbraio 2025 e obbliga le aziende che forniscono o utilizzano sistemi di AI a garantire “un livello sufficiente di alfabetizzazione in materia di IA del loro personale nonché di qualsiasi altra persona che si occupa del funzionamento e dell’utilizzo dei sistemi di IA per loro conto”, come riportato dall’AI ACT Explorer, la piattaforma rilasciata dalla Commissione Europea per navigare il regolamento per intero.
Ovviamente la legge prevede che il livello di AI literacy sia contestuale al tipo di utilizzo e, conseguentemente, al ruolo.
Non significa quindi che ogni dipendente debba diventare un esperto di intelligenza artificiale. È però importante che chi utilizza strumenti AI all’interno e per un’azienda sappia farlo in modo consapevole.
Cos’è quindi la Prompt Literacy?
È la capacità di formulare richieste efficaci, o prompt, per ottenere dall’AI risposte pertinenti ed è da considerarsi una competenza fondamentale per gli adulti, insieme alla capacità di leggere, scrivere e utilizzare le tecnologie digitali.
Il successo o il fallimento dell’utilizzo dei LLM (Large Language Model) infatti dipendono in larga parte dalla qualità del prompt testuale di partenza, come riporta l’analisi Prompt Literacy: The New Basic Skill for Adults?, pubblicata sulla piattaforma EPALE della Commissione Europea.
Per ottenere risultati ancora più accurati si può poi fornire all’IA degli esempi concreti (few-shot prompting), chiedergli di suddividere un problema complesso in passaggi più semplici o di confrontare diverse soluzioni prima di arrivare all’output finale.
L’ultimo livello di padronanza dell’AI è però quello meno sviluppato e forse il più importante: la valutazione critica.
Uno studio recente della Wharton School dell’Università della Pennsylvania condotto attraverso tre esperimenti, per un totale di 1.372 partecipanti e oltre 9.500 prove, ha analizzato proprio cosa succede quando le persone si affidano all’AI durante un compito di ragionamento. Quando l’AI forniva una risposta corretta, l’accuratezza aumentava di 25 punti percentuali. Quando invece l’AI sbagliava, l’accuratezza diminuiva di 15 punti. E, soprattutto, la fiducia dei partecipanti aumentava anche dopo alcune risposte errate.
Gli autori chiamano questo fenomeno cognitive surrender: la tendenza ad accettare l’output dell’AI con un livello di verifica insufficiente, lasciando che sia il sistema a orientare il ragionamento.
È un risultato interessante perché mostra il vero punto debole dell’AI come strumento accessibile a tutti, non necessariamente il fatto che possa sbagliare, ma la nostra capacità di accorgerci quando sbaglia.
La già citata analisi della Commissione europea mette in evidenza proprio questo punto: la prompt literacy è monca se non viene affiancata da una solida cultura della verifica.
Saper fare la domanda corretta all’AI serve a poco se chi la compie non possiede poi lo spirito critico necessario a valutare l’esattezza e l’affidabilità dell’output ottenuto.
È un passaggio fondamentale perché i modelli linguistici sono particolarmente bravi a sembrare convincenti. Una risposta convincente però non è necessariamente una risposta corretta.
Per concludere…
La prompt literacy non è più un’abilità tecnica d’élite legata alla programmazione, ma uno strumento universale di autonomia intellettuale e professionale che non sostituirà tutte le altre competenze.
Nel Joinrs Data Loop 2026, il 53% dei job seeker pensa che l’AI trasformerà molti ruoli creando nuove opportunità professionali, mentre il 20% pensa che migliorerà il lavoro senza sostituire le persone. Solo il 19% teme che l’AI possa sostituire una parte significativa dei ruoli attuali.
In totale, quindi, il 73% dei job seeker ha una visione positiva dell’impatto dell’AI sul lavoro.
La vera differenza, nei prossimi anni, probabilmente non sarà tra chi usa ChatGPT e chi non lo usa. Sarà tra chi delega tutto all’AI e chi sa decidere cosa delegare, come farlo e quando deve assumere il controllo.
🫐 Spuntini di realtà 🫐
Cosa ascoltare 🎧
L’intelligenza artificiale sostituirà il tuo lavoro? Può aiutarci a risolvere la crisi climatica? Può aiutarci a prenderci cura di noi stessi?
Queste sono solo alcune delle domande a cui il podcast AI&YOU, prodotto da Chora Media e cofinanziato dalla Commissione europea, prova a rispondere. In 10 episodi il giornalista Gabriele Cruciata, accompagnato da un team di esperti, racconta l'impatto reale dell'intelligenza artificiale nella società e nella vita quotidiana.
Cosa leggere 📖
L’intelligenza artificiale non è davvero intelligente, è solo progettata per sembrarlo. Qualunque domanda le venga fatta, cercherà di dare la risposta che è statisticamente più probabile essere quella corretta.
Ma allora come facciamo a ridurre le “allucinanzioni” dell’AI? Qualche tempo fa Anthropic ha rilasciato una guida utilissima che puoi consultare qui.
Cosa guardare 👀
A metà settembre si è tenuta la Microsoft Frontier Transformation Week, una serie di appuntamenti online in cui Microsoft ha mostrato come usare l'AI e gli assistenti virtuali per far fare il salto di qualità al proprio lavoro o alla propria azienda. Puoi recuperare tutti i video in differita da questo link.
🍲 Cosa bolle in pentola 🍲
In casa Joinrs è iniziato Get Ready, il ciclo di appuntamenti online con aziende dei settori Tech&Data, Marketing&Sales e Finance, nato per permettere ai futuri candidati di sbirciare il dietro le quinte dei ruoli più richiesti, tra case studies, consigli pratici e processi di selezione reali.




